Filosofia, scienza e politica

Una delle questioni posteci durante il test d'ingresso del Master è
stata la definizione di ciò che Risultati immagini per the gay scienceintediamo per scienza.
Mi sono subito chiesta se dovessi definire ciò che il senso comune intende per scienza, le cosidette scienze forti, oppure l'insieme dei saperi che includono anche le scienze "deboli" ed "umanistiche".
L'antica Grecia non avrebbe avuto dubbi a questo proposito: la filosofia è scienza, conoscenza di ciò che è immutabile. Essa è certa, episteme, proprio perché ciò che conosce è sempre identico a se stesso: i corpi celesti, le catagorie in cui si articola la realtà stessa e in cui ogni comprensione del mondo è inquadrata, le forme immutabili delle cose.
Alla stabilità della filosofia si contrappone la mutevolezza dell'opinione, della doxa, che domina il regno degli affari umani: riguardo questo ambito non è possibile raggiungere alcuna certezza.
La situazione oggi è completamente diversa: scienza e filosofia si sono divaricate, e il fatto stesso che sia necessario specificare che alcune "scienze" sono deboli o umanistiche sta ad indicare che esse non sono dette scienze in modo proprio. Sono scienze per analogia: sono organizzate per specchiare il modello delle scienze "forti".
A complicare la situazione subentra la crisi delle scienze del '900. Finanche la matematica, quello strumento in grado "rendere scienze le altre scienze", ha mostrato la possibilità di articolarsi in diversi distretti: mutando le premesse, il sapere dispiegato muta.
Ho deciso di definire la scienza additando le scienze forti: sensate esprienze e necessarie dimostrazioni. Questo rende una scienza "scienza". Se non altro perché è in virtù di questi strumenti che - Popper docet -  alcune tesi possono essere falsificate. Sinché non giungerà la falsificazione, è possibile tendere ad un potenziale accordo universale.
Come può la filosofia pretendere di mettered'accordo tutti gli uomini, se si interroga sul senso delle cose? Sul senso del nostro vivere assieme? Sul senso del nostro agire? Solo un'obliterazione della pluralità delle risposte che queste questioni hanno consente di costringere la filosofia nella gabbia della scienza.
Ma ancora si pone una questione fondamentale: come possono incontrarsi questi diversi saperi nel mondo che condividiamo? L'eminenza epistemologica e tecnica della scienza deve tradursi in una emineneza politica? Possono la tecnica, la tecnologia e la scienza decidere per noi? Quella che era la doxa dei greci dovrebbe assumersi il compito "architettonico" che Aristotele le attribuiva: il ben vivere assieme deve ordinare gli altri saperi alla vita collettiva ed individuale.
Spero quindi che questo master possa aiutarci a collocare la scienza ed i saperi nello spazio pubblico, a farlo uscire dal suo specialismo per collocarlo nella dimensione pubblica del vivere comune e del decidere assieme. La democrazia non consiste solo nel potere della moltitudine numerica, ma nel dialogo e nel dissidio della molteplicità dei punti di vista.

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